Imparare a non avere fretta

La lentezza non è un lusso estetico: è una condizione per capire quello che stiamo facendo.

C'è una frase che mi ripeto spesso, quasi sempre quando sto per fare due cose insieme: se hai fretta, vai piano. Non è un consiglio sulla velocità. È un consiglio sull'attenzione.

La fretta è una forma di rumore. Riempie lo spazio tra un gesto e l'altro, e in quello spazio di solito c'è la parte utile del lavoro: la verifica, il dubbio, la correzione.

La fretta come abitudine

Non nasciamo frettolosi. Lo diventiamo, per imitazione. Lavoriamo in ambienti dove rispondere subito è una virtù, dove un messaggio senza risposta da due ore sembra una scortesia, dove «ci penso» è quasi un'insolenza.

Poi portiamo quell'abitudine a casa, nei libri, nelle relazioni. E ci sembra normale leggere una pagina e controllare il telefono, cucinare guardando un video, ascoltare qualcuno mentre prepariamo la risposta.

Tre cose che hanno funzionato

Non ho un metodo, ho dei tentativi. Questi tre hanno resistito più degli altri.

  1. Fare una cosa per volta, davvero. Non in multitasking mascherato: una finestra, un foglio, un libro. Se arriva un pensiero, lo scrivo su un foglietto e torno.
  2. Lasciare un finale aperto. Smetto di scrivere quando so come continuare, non quando sono esaurita. Il giorno dopo riparto senza il muro davanti.
  3. Camminare senza cuffie. Venti minuti, nessun input. È il momento in cui le cose si sistemano da sole, senza che io le sistemi.

Un avvertimento

La lentezza non è una personalità. Non è un'estetica da fotografie con la tazza di caffè. È una scelta pratica che a volte costa: arrivare dopo, non rispondere subito, deludere qualcuno che voleva velocità.

Però restituisce una cosa che nessuna accelerazione restituisce: la sensazione di essere stata presente a quello che facevo. E questa, per me, è la definizione più onesta di tempo ben speso.